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Interviste

Intervista a Giovanny Arroba, Senior Design Director di Nissan Motor

Scopriamo attraverso le parole di Giovanny Arroba, Senior Design Director di Nissan Motor come è nato il concept Ariya e il processo che gli ha permesso di trasformare i suoi sogni in realtà.

D: Cosa l’ha spinta a intraprendere una carriera nella progettazione in Nissan?
Arroba: Dopo essermi laureato all’ArtCenter College of Design nel 2000, ho avuto la fortuna di scoprire il polo di progettazione Nissan a San Diego. All’epoca, era lo spazio ideale per un designer che ambiva a creare qualcosa di nuovo, senza il peso di una formula preesistente. Così da quel momento ho avuto l’occasione di influenzare e plasmare il linguaggio estetico del brand, cosa che faccio tuttora. Oggi Nissan è parte di me e io sono parte di Nissan. Il potenziale da esplorare è ancora enorme: abbiamo solo iniziato a plasmare il futuro dell’azienda.

D: Qual è stato il suo approccio iniziale nello sviluppo del concept Ariya?
Arroba: Tutto è iniziato dalla visione per il futuro. Volevo unire da un lato la forma e l’esperienza unica offerte da un veicolo elettrico, dall’altro le tecnologie di connettività e guida autonoma rappresentate dalla Nissan Intelligent Mobility. Il fascino esercitato da un’auto in quanto oggetto dinamico da guidare è un elemento essenziale per questo concept.

D: Cos’ha provato quando ha visto la sua ultima creazione debuttare al Tokyo Motor Show?
Arroba: La frase di apertura della conferenza stampa “Benvenuti nel futuro di Nissan”, mi ha colpito molto e anche il pubblico mi è parso entusiasta. Il concept Ariya è la prima rappresentazione visiva, il primo assaggio delle tecnologie che Nissan sarà in grado di offrire. Sono molto felice e orgoglioso, credo che abbiamo colpito nel segno in termini di stile e design.

D: Immagini che il concept Ariya sia un’auto prodotta in serie. Se fosse al volante, quale sarebbe la sua prima tappa?
Arroba: Sono cresciuto al Sud della California, perciò mi piacerebbe molto guidarla sulla Pacific Coast Highway, partendo da Santa Barbara e attraversando il Big Sur, Carmel e Monterey. Sfrecciare lungo la West Coast con l’Oceano Pacifico di lato sarebbe surreale. Per una vacanza più lunga, farei un tour della Spagna e del Portogallo, ma anche la costa occidentale della Scozia e l’isola di Skye sono in cima alla mia lista dei desideri.

D: Quante persone hanno contribuito alla realizzazione del concept Ariya?
Arroba: Il progetto ha coinvolto più reparti, tra cui Design, Engineering, Product Planning e Marketing, che hanno lavorato a stretto contatto mantenendo una visione condivisa per il futuro dell’azienda. A questi team, si aggiungono gli innumerevoli artigiani che hanno costruito e programmato il concept, trasformando una semplice idea in una realtà concreta. Penso che nessuno sappia quanti designer o quante competenze diverse ci vogliano per progettare un’auto. Le complessità sono tante, perché non si tratta di un prodotto statico, ma di qualcosa destinato a diventare parte integrante nella vita delle persone. Dobbiamo assicurarci di infondere al veicolo una personalità che ne rifletta la funzione, offrendo un’esperienza complessiva capace di durare nel tempo.

D: Le interessava già da giovane la progettazione automobilistica?
Arroba: In realtà da piccolo volevo diventare architetto e ancora adesso sono appassionato di architettura. Non a caso si dice che “lo spazio è il respiro dell’arte”. Anche il cinema e l’animazione erano forme d’arte su cui fantasticavo e in effetti lo faccio tuttora. Sono ambiti che influenzano organicamente il mio processo di progettazione.

D: Di recente abbiamo visto case automobilistiche sviluppare concept appositamente per il cinema. C’è un film per cui le piacerebbe progettare un’auto?
Arroba: Mi piacerebbe tantissimo progettare un’auto per James Bond o una vettura da inserire in un contesto alla Blade Runner.

D: C’è una caratteristica che porta la sua firma inconfondibile nei veicoli a cui ha collaborato?
Arroba: Io amo l’equilibrio. È un aspetto cruciale quando sviluppo l’identità di un modello in base alle esigenze specifiche del cliente. Mi riferisco all’equilibrio tra un gesto deciso e la fluidità di una superficie che scolpisce gli esterni con naturalezza e che nell’abitacolo avvolge il conducente e i passeggeri. È questo il mio obiettivo e spero che si veda, nei concept Infiniti Essence e IMs, nella vettura di serie Maxima e naturalmente nel concept Ariya.

D: Nelle prime fasi di progettazione usa solo una penna e un foglio di carta. In che modo coniuga l’approccio analogico e le tecnologie all’avanguardia, come la realtà virtuale che utilizza per discutere con i designer che si trovano in diversi paesi nel mondo?
Arroba: Quando immagino e visualizzo nuove idee o concetti, per me un blocco e una penna sono sempre il metodo più semplice per annotare e comunicare nuove idee. Il disegno, che sia su carta o digitale, è il linguaggio che utilizziamo per abbozzare le idee in fase iniziale. Dopo esserci accordati in una certa direzione, scolpiamo un modellino in argilla o creiamo un modello digitale, oppure entrambi. Poi possiamo usare i modelli per confermare le nostre idee tramite la realtà virtuale, creando un modello in scala reale. La realtà virtuale è un aspetto chiave del processo, perché ci permette di confermare in breve tempo una realtà che ancora non esiste.

D: Quali sono gli altri strumenti essenziali ai fini del processo?
Arroba: Prima di tutto occorre avere la mente aperta e non smettere mai di fantasticare ed esplorare. Oltre al disegno e alla realtà virtuale, i modellini in argilla ci consentono di ottenere diversi gradi di definizione in termini di forma e linee. Apprezzo molto questo livello di esplorazione, tanto nella dimensione digitale quanto con l’argilla. Le animazioni o i filmati realizzati con i dati di progettazione ci aiutano a inquadrare e comunicare l’esperienza che intendiamo offrire.

D: Qual è la sfida più grande per un artista che cerca di rompere gli schemi nella progettazione automobilistica?
Arroba: Credo che la parte più complicata sia separare il disegno dal “reale” oggetto fisico che si andrà a creare. I designer tendono a sviluppare un forte attaccamento rispetto agli schizzi o ai render, spesso se ne innamorano ed è difficile per loro tradurli in realtà. Il disegno è solo un mezzo per trasformare le nostre romantiche equazioni matematiche da sogno a realtà. Disegnare fa parte del nostro linguaggio, ma non è l’unica parola del nostro vocabolario.

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