“La 500 la uso molto soprattutto in città. Se devo fare dei viaggi lunghi continuo a preferire la Jaguar.” Era il 1991 e Gino Paoli, con quella battuta fulminante alla conferenza stampa, riassumeva in una frase il suo rapporto con le auto e con la vita: diretto, ironico, senza filtri. Il cantautore genovese, morto nella notte del 24 marzo 2026 a 91 anni, non è stato solo uno dei più grandi poeti della canzone italiana. È stato anche il protagonista di uno degli spot automobilistici più iconici della storia della pubblicità italiana: quello della nuova Fiat 500, nei primi anni ’90, quando Fiat decise di affidare il rilancio della sua utilitaria più amata alla musica d’autore.
Quando la Fiat chiamò i cantautori per la 500
Siamo all’inizio degli anni ’90. La Fiat vuole rilanciare la 500 con una campagna pubblicitaria diversa da tutto quello che si era visto fino a quel momento. L’idea è ambiziosa: commissionare a tre grandi nomi della musica italiana — Gino Paoli, Enrico Ruggeri ed Eugenio Finardi — la composizione di jingle originali per altrettanti spot televisivi. Tre artisti, tre stili, tre canzoni scritte appositamente per un’auto. Un’operazione di marketing che oggi chiameremmo branded content, ma che all’epoca era semplicemente un colpo di genio.
Paoli scelse di andare sul sicuro con un ritmo sinuoso e orecchiabile, in perfetto stile da album “Matto come un gatto”: “È come un passaporto per andare tra la gente, ma quanto è vero può portare l’allegria in mezzo alla città oppure là in periferia…”. Il ritornello diventò immediatamente un tormentone: “Buongiorno per cinquecento volte e cinquecento volte Cinquecento!”. Chi aveva la televisione accesa in quegli anni non può averlo dimenticato.
Lo spot: Paoli, Spello e la 500 tra i vicoli
Il cantautore non si limitò a scrivere la canzone: comparve personalmente nello spot da 30 secondi, diventando il testimonial della Fiat 500. Le riprese furono girate a Spello, il borgo umbro arroccato sulle pendici del Subasio, con i suoi vicoli in pietra e le facciate fiorite — una scenografia perfetta per un’auto che voleva essere il simbolo dell’Italia bella, accessibile e a misura d’uomo.
Dello spot furono girate due versioni: quella classica da 30 secondi con voce fuoricampo, e un miniclip da un minuto senza narrazione, solo musica e immagini. Il risultato fu uno degli spot più riusciti dell’epoca, capace di associare la 500 non alla velocità o alla potenza, ma alla gioia di vivere — un concetto che Paoli incarnava perfettamente con il suo stile scapigliato e la sua ironia naturale.
La 500 e la musica italiana: un legame lungo decenni
Lo spot di Paoli non fu un caso isolato. La Fiat 500 ha avuto nella sua storia un rapporto speciale con la musica e la cultura popolare italiana. La 500 originale del 1957 fu presentata a Torino lo stesso anno in cui partiva Carosello — la pubblicità televisiva e l’utilitaria di massa nacquero praticamente insieme, segnando l’inizio del miracolo economico. Nel 2014 la 500X scelse “Nel blu dipinto di blu” di Modugno come colonna sonora del suo spot per il Super Bowl americano, trasformando la canzone italiana più famosa del mondo in un inno al crossover. Lucio Dalla prestò “L’anno che verrà” per uno spot della 500X, e la 500 Hybrid del 2020 usò “And I Love You So” di Don McLean.
Ma nessuno di questi spot ebbe la naturalezza e l’efficacia di quello di Paoli. Perché Paoli non era un testimonial: era un uomo che guidava davvero la 500, che la usava per muoversi nella sua Genova, e che con quella battuta sulla Jaguar aveva detto la verità più onesta che un testimonial potesse dire — sì, è un’auto da città, e va benissimo così.
Gino Paoli e le auto: la Jaguar, la libertà, la strada
Il rapporto di Paoli con le automobili andava oltre lo spot. Chi lo conosceva sapeva che amava le Jaguar, le auto inglesi con il muso lungo e il motore che ronzava come un gatto — non a caso, forse, l’album si chiamava “Matto come un gatto”. Ma amava anche la libertà della strada, il viaggio come metafora della vita, la Liguria percorsa in auto con il finestrino abbassato e il mare sulla destra. Le sue canzoni sono piene di movimenti, di arrivi e partenze, di orizzonti che si allargano. “Sapore di sale, sapore di mare” è una canzone che si sente meglio in macchina, con la radio accesa e la costiera davanti.
Paoli apparteneva a una generazione per cui l’automobile era ancora un simbolo di libertà, non un problema di parcheggio o di emissioni. La generazione del miracolo economico, quella che aveva visto la 500 originale come il primo passo verso l’indipendenza — potersi spostare, andare al mare, raggiungere la fidanzata nel paese accanto. Un’idea di auto che la 500, nelle sue infinite reincarnazioni, ha sempre cercato di mantenere viva.
L’addio: un proiettile nel cuore e sessant’anni di canzoni
Gino Paoli è morto nella notte tra il 23 e il 24 marzo 2026 nella sua Genova. Aveva 91 anni e per oltre 62 ha convissuto con un proiettile nel pericardio, a pochi millimetri dal cuore, dopo il tentato suicidio dell’11 luglio 1963. Pilastro della scuola genovese insieme a De André, Tenco e Lauzi, ha firmato capolavori come “Il cielo in una stanza”, “Sapore di sale” (arrangiata da Morricone), “Senza fine” e “Una lunga storia d’amore”.
I funerali si terranno in forma privata giovedì 26 marzo, alla sola presenza dei familiari. Il luogo non è stato comunicato. La famiglia ha chiesto la massima riservatezza.
Resta, tra le tante cose che lascia, anche quella pubblicità della 500 girata tra i vicoli di Spello. Un jingle allegro, un sorriso furbo, un’auto piccola che portava l’allegria “in mezzo alla città oppure là in periferia”. Buongiorno per cinquecento volte, Gino. E cinquecento volte grazie.